“Il tuo 2 per 1000 al Partito X”, “Sostieni il partito Y”, “Lo Stato non finanzia più la politica, sostieni la nostra struttura con una donazione”.
Slogan come questi popolano costantemente le nostre bacheche social e le caselle di posta elettronica. Il verdetto? Sono sforzi poco utili e, con quasi assoluta certezza, soldi sprecati in consulenze.
Non si tratta di un’opinione personale, ma di una dura realtà confermata dai dati e dalle regole auree del fundraising politico internazionale.
Nel fundraising politico, la richiesta di denaro non può mai essere fine a sé stessa, né può basarsi sul mero sostentamento di un apparato o di un brand di partito.
La regola d’oro: si dona per una causa, non per una struttura
Nel fundraising per la politica, il sostegno economico al candidato o al partito deve essere legato indissolubilmente a una buona causa. Le persone non donano per pagare l’affitto di una sede elettorale o gli stipendi dei funzionari, donano per vedere realizzato un cambiamento.
La formula magica è: “Sostienimi perché farò qualcosa per te, per la tua comunità, per i più fragili, per l’ambiente”. In parole povere, i soldi si chiedono per sostenere una visione del mondo, che nella pratica si traduce in un programma elettorale.
La vera merce di scambio è questa promessa di futuro. Il donatore deve percepire chiaramente che il suo contributo economico è il carburante necessario per coprire i costi di una campagna elettorale che, attraverso la vittoria alle urne, trasformerà quel programma in realtà.
Chiedere fondi semplicemente “per il partito” è un errore concettuale gravissimo, speculare a quello commesso da molte associazioni di volontariato che commettono lo sbaglio di raccogliere fondi per l’organizzazione in sé e non per i progetti concreti sul territorio. Il donatore vuole essere l’eroe di una storia di cambiamento, non il finanziatore di una burocrazia.
Che cos’è (e cosa non deve essere) un programma elettorale
Il vero nodo della questione diventa quindi definire cosa sia, concretamente, un programma elettorale efficace in ottica di raccolta fondi.
- Non deve essere un romanzo: le brochure da cento pagine non vengono letti da nessuno, se non dagli avversari politici in cerca di passi falsi.
- Non deve essere un elenco di utopie: slogan come “vogliamo la pace nel mondo” o “aboliremo la povertà per decreto” generano solo cinismo e diffidenza. I precedenti storici, d’altronde, sono stati nefasti.
Un buon programma elettorale deve avere i piedi ben piantati per terra. Deve essere fortemente legato al territorio e contenere indicazioni chiare, misurabili e pragmatiche.
Esiste una regola fondamentale: se il nocciolo del programma non è comprensibile a un bambino delle scuole elementari, significa che è troppo complesso (o troppo fumoso) per essere pubblicato.
Bisogna bandire il “politichese” e i florilegi di belle parole vuote, preferendo un linguaggio diretto, empatico e accessibile. Il programma deve tradursi in “progetti finanziabili” agli occhi del donatore.
Il fattore tempo: il peccato mortale del fundraising “last minute”
C’è un ulteriore cortocircuito che condanna al fallimento la maggior parte delle campagne di raccolta fondi politiche in Italia: la tempistica.
Troppo spesso i partiti o i singoli candidati si presentano agli elettori con il programma pronto a meno di un mese dalle elezioni. In quel momento, pretendono di avviare una campagna di fundraising massiva.
La risposta a questa strategia è netta: non funziona. In trenta giorni non si fa fundraising, si fa solo una disperata richiesta di soccorso che allontana i potenziali donatori.
Per approfondire l’argomento consiglio tre testi da utilizzare:
Raffaele Picilli-Marina Ripoli: “Come raccogliere fondi per la politica” Rubbettino Editore
Raffaele Picilli – Marina Ripoli: “Fundraising e comunicazione per la politica” Rubbettino Editore
Raffaele Picilli: “Come organizzare eventi per il fundraising politico. Quaderni di fundraising” online su LaFeltrinelli



