Il Fundraising Politico alla prova delle Amministrative del maggio 2026

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25, maggio, 2026di: admin

Nel maggio 2026, le elezioni comunali hanno chiamato al voto oltre 600 centri del nostro Paese, coinvolgendo anche 15 importanti capoluoghi di provincia. Gestire una campagna elettorale oggi richiede investimenti finanziari imponenti, specialmente nei comuni con oltre 100.000 abitanti. Ci si trova a dover presidiare territori ampi, frammentati e sociologicamente differenziati, che esigono strategie di comunicazione mirate per bisogni diversi. Sviluppare campagne efficaci in grado di raggiungere l’intera fetta di elettori richiede tempo, energia e risorse, soprattutto per intercettare quella vastissima quota di cittadini che ha scelto la via del non voto.

 

Primo problema: l’astensionismo e la barriera del portafoglio

Il crollo della partecipazione rappresenta il primo, enorme ostacolo per chi fa raccolta fondi in politica.

  • L’affluenza in picchiata: Nelle grandi città italiane, l’affluenza media alle elezioni comunali è storicamente crollata, passando dal 75-80% dei primi anni ’90 a percentuali strutturalmente al di sotto del 50% nelle ultime tornate. Nelle periferie urbane, il dato di chi diserta le urne supera spesso il 55-60%.
  • Il paradosso del dono: Se un cittadino non è più motivato nemmeno a esprimere un voto gratuito, come si può pensare che sostenga una campagna elettorale con una donazione o che si ricordi di destinare il proprio 2 per 1000 alla politica nella dichiarazione dei redditi?

I dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze parlano chiaro: solo il 3,5% circa dei contribuenti italiani compila la casella del 2 per 1000 a favore di un partito politico.

La priorità del candidato diventa quindi doppia e sequenziale: prima bisogna ricostruire la fiducia e convincere l’elettore a tornare nella cabina elettorale, e solo in un secondo momento lo si potrà educare a donare a supporto di un programma elettorale.

Secondo problema: il crollo del capitale umano

Le campagne elettorali non vivono di sola liquidità; hanno un disperato bisogno di capitale umano. I volontari (militanti, attivisti, tesserati) sono veri donatori di tempo, una risorsa vitale per organizzare eventi, cene di raccolta fondi, banchetti in piazza e supportare le segreterie organizzative.

Tuttavia, anche su questo fronte il trend è spietato. Negli ultimi trent’anni il tesseramento ai partiti in Italia ha registrato un calo superiore all’80% rispetto ai massimi storici della Prima Repubblica.

Venendo meno la partecipazione attiva alla vita di partito, cala proporzionalmente la propensione a contribuire al suo sostentamento economico. Sono ormai un ricordo sbiadito le storiche Feste dell’Unità, che da sole riuscivano a garantire la spinta propulsiva e la “benzina” finanziaria per le casse del PCI e delle sue ramificazioni locali.

 

La risposta dei candidati: l’assenza di una cultura del Fundraising

Denaro e tempo sono i due binari su cui viaggia una campagna elettorale vincente. Per questo motivo, una corretta strategia di fundraising politico potrebbe determinare lo scarto decisivo tra la vittoria e la sconfitta di un candidato.

Eppure, alla domanda su quanti candidati a sindaco nell’ultima tornata del maggio 2026 abbiano applicato in modo scientifico il fundraising e il people raising, la risposta è sconfortante: meno del 5% ha strutturato un piano professionale.

La stragrande maggioranza si è limitata a replicare vecchi schemi, focalizzandosi su:

  • Campagne social focalizzate solo sulla richiesta diretta e “a freddo”.
  • Organizzazione di cene di sottoscrizione (spesso rivolte alla solita cerchia ristretta di fedelissimi).
  • Totale assenza di strumenti multilivello come il direct mail, il crowdfunding di progetto o i programmi di donazione regolare.

 

I 5 pregiudizi strutturali della politica italiana

I limiti che frenano lo sviluppo del fundraising politico in Italia sono di natura culturale e psicologica, legati a veri e propri tabù:

Pregudizio / Ostacolo Impatto sulla Campagna
La percezione della politica Considerata intrinsecamente “opaca”, oltre l’80% dei cittadini osteggia qualsiasi forma di finanziamento, sia pubblico (abolito definitivamente) sia privato.
La paura del candidato Molti leader temono che chiedere fondi venga interpretato dall’opinione pubblica come un arricchimento personale e non come un sostegno logistico alla mozione politica.
L’improvvisazione dei consulenti Spesso ci si affida a figure non qualificate che confondono la raccolta fondi con il fundraising, generando tassi di insuccesso vicini al 90% delle azioni tentate.
La latitanza dei partiti nazionali Le strutture centrali non promuovono campagne di sensibilizzazione nazionali sul valore democratico del sostenere economicamente la politica.
La paura della tracciabilità In Italia, chi dona grandi cifre preferisce quasi sempre l’anonimato, temendo ritorsioni o etichettature sulla base delle proprie preferenze ideologiche.

 

Verso un Fundraising Etico: il caso Volt

Nel fundraising politico italiano regna ancora una profonda confusione metodologica. Si raccolgono fondi in modo caotico, senza il supporto di rigorosi codici etici o di rigide policy di accettazione delle donazioni (indispensabili per capire da chi è accettabile ricevere denaro e da chi no).

In questo panorama desertico, spiccano pochissime eccezioni virtuose. L’unico partito in Italia ad aver adottato un codice etico strutturato in materia è Volt Italia, che ha formalmente aderito al Manifesto del finanziamento etico, trasparente e democratico alla politica italiana elaborato dall’Osservatorio Moneytor, tracciando la strada per quello che dovrebbe essere il futuro della trasparenza democratica.

 

Per approfondire l’argomento consiglio tre testi da utilizzare:

Raffaele Picilli-Marina Ripoli: “Come raccogliere fondi per la politica” Rubbettino Editore

Raffaele Picilli – Marina Ripoli: “Fundraising e comunicazione per la politica” Rubbettino Editore

Raffaele Picilli: “Come organizzare eventi per il fundraising politico. Quaderni di fundraising”  online su LaFeltrinelli